Mio nonno Amedeo Cappellini, nato nel 1888, ha combattuto la prima guerra mondiale quando aveva pressapoco la mia età. Per questo motivo è stato nominato cavaliere. Mio zio Fausto, nato nel 1914, ha combattuto in Grecia durante la seconda guerra mondiale ed è stato deportato in Germania dai nazisti. In quel periodo, mio nonno nascose in casa l'ingegner Benelli, fondatore della casa motociclistica pesarese, perché inseguito dai tedeschi. Di questo gesto l'ingegnere ne fu riconoscente, e quando mio nonno lo andò a trovare, lo ricevette personalmente per vendergli un Leoncino 125 (dovrebbe essere a destra nella foto). Mio padre Francesco, nato nel 1930, da militare ha contratto il tifo. Emigrò in Svizzera nel 1954, e con i soldi che mandava mio nonno potè costruire la casa che vedete in foto, la casa dove sono cresciuto, nel 1957 (più o meno mio padre aveva la mia età). Poi, tornato in Italia nel 1971, quando morì mio nonno, divenne dipendente provinciale fino al 1993, anno di pensionamento. Il duro lavoro di cementista, con macchine assordanti e tanti pesi da portare, lo hanno portato ad una parziale sordità e a varie ernie del disco. Venne operato alla schiena nel 1995, ma poi sorsero varie complicanze neurologiche (non direttamente collegabili all'operazione) che nel corso degli anni gli hanno tolto, sempre parzialmente, l'uso delle gambe. Mio padre si è ricongiunto a mio nonno esattamente 4 mesi fa, di poco preceduto da mio zio Fausto.
Per me festeggiare l'unità d'Italia significa pensare a generazioni di Cappellini che nel loro piccolo hanno onorato la nazione, accettandone le conseguenze. Quello che festeggiamo domani, è costato sudore e sangue. Onorare la bandiera non deve essere una moda, e disprezzarla è da scellerati.