I nostri genitori ci lasciavano davanti alla tv commerciale con beata incoscienza: loro, al massimo, erano cresciuti con la democristianissima Rai di Carosello, e pensavano che la televisione fosse rimasta ugualmente inoffensiva e didascalica; poi, a dire il vero, molti di quei programmi piacevano e facevano divertire un sacco anche loro.
Certo, c’era anche altro. Qualcuno leggeva libri, e poi c’era la scuola. Ma i nostri modelli culturali, persino per i più renitenti ad accettarli, venivano fuori da lì: non te li inculcavano, ma li assorbivi così profondamente che ancora adesso, per certi versi, mi rendo conto di averli assimilati, e stanno tutti lì, Under my Skin, come agenti in sonno pronti a risvegliarsi al minimo input.
Sono cose subdole, i modelli culturali che fai tuoi senza accorgertene: subdole e fetenti, perché sono quinte colonne e ti lasciano senza difesa. Ti credi una donna consapevole, critica, libera ed autonoma: e poi la sera, prima di uscire a cena, ti accorgi che sei vestita sexy come una soubrette del Bagaglino e al tuo uomo, per sedurlo, riserverai i sorrisi e le movenze di una Canalis in sedicesimo. Comprerai dei sandali, quest’estate, con il tacco da dodici adatto a zampettare sul pavé del Billionaire. Chiacchiererai impunemente al cellulare fuori dalla porta di un locale qualsiasi, mentre gli altri dentro ti aspettano e fanno facce irritate come quelle della Merkel en attendant Silvio. Passati i trenta, taglierai (o hai già tagliato) i capelli come la Carfagna.
Quando l’altro giorno Franceschini si chiedeva se gli Italiani avrebbero lasciato educare volentieri i loro figli da Berlusconi, la mia reazione è stata una risata amara. Non c’è bisogno di chiederlo: lo hanno già fatto, da una generazione.
I figli siamo noi.
-- Galatea