Come promesso ecco il mio contributo "d'autore" legato alle ricette contro lo spreco. La sorpresa del nome dell'autore la lascio in fondo anche se un lettore attento e appassionato potrà facilmente individuarlo.
Buona lettura a tutti.
La MunnizzaI generi di prima necessità e i medicinali cominciarono sensibilmente a scarseggiare in Sicilia nell’ultimo trimestre del 1942.
Gli incessanti bombardamenti alleati sullo Stretto di Messina rendevano praticamente impossibile il collegamento dell’isola con il resto dell’Italia; i pochi traghetti non ancora messi fuori uso solo raramente riuscivano a superare coraggiosamente la cortina di bombe, e comunque i carichi alla fine, se riuscivano a scampare anche alle bombe sganciate sul porto, risultavano sempre essere desolatamente, irrisoriamente inferiori rispetto al minimo indispensabile dei bisogni della popolazione.
Ormai da mesi la mia famiglia viveva stabilmente nella grande casa di campagna, perché quella che avevamo in paese, a Porto Empedocle, eravamo stati costretti a lasciarla a causa dei continui bombardamenti diurni e notturni. I quali, oltre a rappresentare un grandissimo rischio di morte, obbligavano i pochi abitanti rimasti in paese a trascorrere intere notti dentro ai rifugi.
Allora, cosi avevano deciso i miei, tanto valeva andarsene ad abitare in campagna, dove c’era qualche disagio come la mancanza dell’acqua corrente e dell’energia elettrica, ma almeno non c’era pericolo di una bomba in testa.
Ogni mattina io e mio padre scendevamo a piedi in paese alle prime luci del giorno; mio padre andava alla Capitaneria di porto dove lavorava, io prendevo la corriera che mi portava ad Agrigento per andare al liceo, dove frequentavo la terza. E quante volte noi passeggeri dovevamo scappare alla disperata per le campagne, sorpresi da un mitragliamento.
Per quanto possedessimo più di dieci ettari di terreno coltivato soprattutto a mandorle, fave e grano, mangiavamo quel poco che ci passava la tessera annonaria. Mio nonno, integerrimo e rigoroso, aveva portato tutto all’ammasso, non trattenendo per se e per gli altri famigliari nemmeno un chicco di grano.
La carne era razionata, il pesce lo si trovava raramente, perché tutti i pescherecci erano stati militarizzati e a poppa, al posto delle reti da calare. faceva bella mostra una mitragliatrice pesante.
Comunque sia, mia nonna Elvira,
materfamilias, ai tempi belli cuoca sopraffina di arancini sublimi, a mezzogiorno qualcosa riusciva ad arrangiarlo per tacitare le nostre nove (tanti eravamo) affamate bocche.
Avevamo galline e conigli e la sua fantasia poteva sbrigliarsi. Anche se era necessario tenersi sempre dentro una rigorosa parsimonia.
Il vero problema consisteva nel pasto serale. Non si scappava dalle verdure, quelle dell’orto amorosamente curato e quelle selvatiche che si trovavano in abbondanza nel nostro campo.
Chi mi ridarà il sapore degli asparagi selvatici che raccoglievano mio zio Massimo e, la domenica, mio padre? E l’amaro asciutto della cicoria? E il gusto pungente del cardo che nasceva spontaneo? Ora, in questa nostra epoca d’insapori verdure da laboratorio, il ricordo si fa quasi struggente.
Mia nonna ce la metteva tutta a tentare ogni possibile combinazione tra verdure e legumi come ceci, fagioli e fave, oppure ingegnose varianti della caponatina, ma la sostanza sempre quella era.
Allora, a lungo andare, quel piatto serale e quasi conventuale di verdura comincio a diventare una specie di incubo. Oltretutto, scarseggiava anche l’olio per il condimento. Invece non mancavano né il sale (bastava andare al porto e prenderne una pietra dai grandi depositi), né i limoni, che crescevano nel nostro giardino.
Una sera, verso la fine del gennaio 1943, si scateno una specie di rivolta famigliare capeggiata dallo zio Massimo. Ci unimmo tutti a lui al grido: «Basta verdura!».
Battevamo le posate sulla tavola, come fanno i carcerati in segno di protesta. Certo, un po’ lo facevamo per celia, ma un po’, soprattutto, per non morir.
Nonna Elvira rimase tranquilla, ci guardò tutti coi suoi grandi occhi neri e ironici e poi, con un sorriso divertito, ci smonto dicendo una frase semplicissima: «Questo passa il convento».
Ma la nostra ribellione dovette colpirla. E, tra parentesi, credo che anche lei non ne potesse più di verdure crude o bollite.
Fatto sta che due sere dopo, venuta l’ora di cena, quando fummo tutti seduti, nonna Elvira arrivò dalla cucina seguita dalla cameriera, che reggeva a due mani un grande piatto da portata e lo posò al centro della tavola.
La nostra camera da pranzo era dominata da un grande ottocentesco lampadario in ferro battuto a sei braccia. Al centro, ci stava un enorme lume a petrolio, al termine di ogni braccio ardeva un grosso cero.
A quella luce palpitante, i colori vivacissimi della pietanza ci sorpresero tanto da farci diventare, di colpo, meravigliati e ammutoliti.
Guardammo la nonna increduli, come a chiederle che cosa fosse quella specie di magnifico, alto panettone variopinto, ma lei si limito a passare coltello e paletta al nonno perché se ne tagliasse la prima fetta.
Ricordo ancora l’impressione che mi fece il primo boccone.
Una squisitezza! Una delizia! Sentii il petto che mi si slargava, Chiusi gli occhi per assaporarlo profondamente, in concentrazione, e anche per cercare di capirne la composizione.
Era certo verdura, come ogni altra sera, ma…
Mia nonna aveva inventato un suo piatto! Quella volta stessa lo battezzo «la munnizza», perché, come la mondezza, conteneva una quantità di cose diverse tra loro.
Aveva cotto tutte le verdure da cuocere ognuna a parte, ognuna nel suo pentolino, e tagliato minutamente, sempre mettendole in piatti separati, le verdure che erano da mangiare crude. Naturalmente le verdure commestibili tanto crude che cotte erano presenti in tutti e due i modi, Quindi le aveva accuratamente strizzate dentro un tovagliolo per eliminare da esse ogni residuo d`acqua.
Aveva riempito una bottiglia con una miscela di olio, aceto e sale. Quindi aveva coperto il fondo del piatto con delle gallette da marinaio (adesso i fornai non le fanno più), durissime, che diventavano mangiabili quando si spezzettavano nel brodo.
Sopra alle gallette aveva uniformemente distribuito uno strato della prima delle verdure crude e sopra di esso un secondo strato con la prima delle verdure cotte. Ed era andata avanti cosi, alternando verdure crude a verdure cotte e badando di condire il tutto ogni due strati, dopo avere a lungo agitato la bottiglia.
Quindi la cappuccina veniva a interagire con la scarola, la lattuga con la bieda, l’indivia cruda con il cavolfiore spezzettato, il radicchio con l’indivia cotta. Il condimento amalgamava i diversi sapori, e se ne era stato versato un po‘ troppo, veniva interamente assorbito dalle gallette disposte sul fondo.
Ma non era finita.
Nella parte esterna, nonna aveva decorato la base mettendovi torno torno una corona di fette di arance sbucciate. Sopra un altra corona di patate bollire, sbucciate e tagliate anch’esse a fette, sopra ancora una terza corona di fette di barbabietole e poi una di uova sode a spicchi, una di olive nere triturate…
Una manciata di piccoli capperi era stata lanciata qua e la. Dal cocuzzolo centrale inoltre si dipartivano uniformemente verso il basso, come una specie di colata lavica, o come una capigliatura, se volete, una ventina di alici accuratamente lavate per far scomparire il sale nel quale si conservavano.
Non crediate che fu la fame o la notata a farci apprezzare quella sera la straordinaria invenzione di nonna. Il piatto era squisito in se. Qualche giorno appresso nonna rifece «la munnizza» e allora scoprimmo che era meglio mangiarla ventiquattr’ore dopo, tenendola al fresco.
Da allora e diventato piatto tradizionale della nostra famiglia.
lo personalmente la faccio almeno una volta, a Natale.
Ma solo io so, unico sopravvissuto di quella sera del 1943, che festa per gli occhi e per il palato significò per noi «la munnizza».
Fonte: Andrea Camilleri / Le Nuove Ricette del Cuore a cura di Carla Sacchi Ferrero – Blu Editore
Un grande spezzone di vita vissuta dove l'arte dell'arrangiarsi ha trovato il suo apice.
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