Sean nasce il 5 maggio 1979 e, al momento della nascita i medici si guardano in faccia e dicono: “oh! oh! Abbiamo un problema”. Le braccia e le gambe di Sean erano completamente inermi e penzolanti come una bambola di pezza: c’era stato probabilmente un forte stress al momento del parto, pensarono in prima battuta e, rivolgendosi ai genitori a caldo dissero: “c’è una buona probabilità che Sean muoia entro le prossime 24 ore”.
I dottori, nelle ore successive, realizzarono che Sean accusava una forma di disordine genetico, il sistema digestivo, respiratorio, cardiovascolare, riproduttivo, era tutto ok, ma le ossa erano talmente fragili che solo a toccarle si fratturavano: in teoria doveva stare immobile. Sean era affetto da osteogenesi imperfetta, una malattia genetica a trasmissione autosomica dominante, per anomalie nella sintesi del collagene (fonte: wikipedia).
Con la crescita, Sean si rende conto che i suoi amici possono correre, giocare, divertirsi, mentre lui è costretto su una sedia a rotelle e non può neanche passare una mano tra i suoi capelli perché la struttura e la lunghezza delle sue braccia non lo permette. La situazione si complica con la pubertà fino alla giovinezza.
Sean a un certo punto non ne può più e scoppia a piangere; il suo grido diventa rabbia: “perchéééé proprio a meeeeeeeeeee?“. Così la mamma di Sean lo abbraccia, cerca di calmarlo e dopodiché gli pone una domanda che si rivelerà decisiva: “Sean, questa tua condizione, cosa pensi rappresenti per te, un dono o un peso da portarti dietro per il resto dei tuoi giorni?”.
Sean stesso descrive questo momento come qualcosa di misterioso non spiegabile scientificamente; queste le sue parole: “la mia chiamata, lo scopo della mia vita, in quel momento sono venuti e mi hanno trovato”. Sean realizza istantaneamente una cosa straordinaria: “le pene sono inevitabili, possono toccare a chiunque, la sofferenza però, è un’opzione valutabile: amo la mia vita e la dedicherò ad aiutare la gente nella mia stessa condizione e/o comunque in una condizione di sofferenza”.
Sean così si dedica al suo progetto Vita. Studia. Si laurea, si specializza e diventa uno psicoterapeuta molto richiesto, viene spesso interpellato e invitato in trasmissioni televisive e radiofoniche, viaggia e tiene conferenze in diverse nazioni, fino a diventare un consulente alla casa bianca nell’era Clinton.
La storia di Sean fa riflettere. Non solo perché a volte ci si lamenta per molto meno, ma sopratutto, in un’era in cui le “ricette spirituali” abbondano, una testimonianza di vita così semplice, naturale e al tempo stesso efficace, è davvero entusiasmante.
Credo, che il grande insegnamento di questa storia sta proprio nel ruolo che si decide di esercitare in relazione a ciò che accade intorno. Si può decidere di esercitare il ruolo della vittima: “vorrei… MA un destino crudele…”; “mi piacerebbe realizzare questo… MA… l’età, i familiari…” … Oppure si può decidere di esercitare il ruolo del creatore: non esistono MA che tengono, perché alla fine, non è possibile demandare a nessun dio esterno il compito di decidere per noi, solo e soltanto noi decidiamo il senso da dare alla nostra vita. La storia di Sean ispira, perché è la storia di uno che ha scoperto il proprio suono: ha deciso le frequenze alle quali far vibrare la sua vita, in un tutt’uno con l’universo intero.
Sean Stephenson è autore del libro di successo Get Off Your “But”: How to End Self-Sabotage and Stand Up for Yourself, è conferenziere, trainer in diversi corsi da lui stesso creati, oltre alla sua affermata professione di psicoterapeuta.